NON PUÒ PIOVERE PER SEMPRE
di Marco Oliva | pubblicato il 13 maggio 2022
Parlavo ieri con un mio collega, Riccardo, e discutendo sulla situazione attuale mi ha portato un suo articolo che oggi vi riporto in quanto concordo con la sua analisi.
Inoltre da appassionato di cinema non potevo non condividere la citazione finale tratta da un famosissimo film e che da il titolo all’articolo: “Non può piovere per sempre”
“COSA SIGNIFICA ESSERE IN UNA ECONOMIA DI GUERRA OGGI?
Rallentamento economico, inflazione, razionamento dell’energia.
Il conflitto russo-ucraino ha già avuto un impatto, riportando al centro tre parole che non si sentivano da più di settant’anni: Economia di guerra.
Il presidente del Consiglio Mario Draghi lo ha detto con chiarezza: “Non siamo ancora in un’economia di guerra”.
Colpisce, sia pure con una smentita, che quelle tre parole siano state pronunciate dal capo del governo e trovino ormai spazi sui tavoli internazionali.
Ma cos’è l’economia di guerra e come si presenta (o si presenterebbe) oggi?
L’economia di guerra è l’adeguamento di un intero sistema produttivo nazionale allo sforzo bellico.
La definizione, piuttosto ampia, riguarda diversi aspetti, che vanno dall’industria all’energia fino alla composizione della spesa e dei consumi.
Nella Prima e nella Seconda Guerra Mondiale, lo sforzo è stato massimo. Interi settori – a partire dall’industria metallurgica – si sono convertiti alla produzione di armamenti.
L’economia di guerra, dunque, trasforma completamente l’organizzazione di uno Stato, facendo del conflitto, degli armamenti e del mantenimento dell’esercito le priorità assolute.
Con un altro effetto collaterale: l’economia di guerra tende ad accelerare e assorbire alcune tecnologie, favorendo l’osmosi tra innovazioni civili e belliche.
Basti pensare a telegrafo, motore a scoppio, energia nucleare. La stessa Internet ha le proprie radici in un progetto militare statunitense ai tempi della guerra fredda.
Oggi siamo ancora ben lontani da un’economia di guerra vera e propria.
L’avvicinamento a un’economia di guerra implica, al momento, una differente gestione di alcune risorse.
Stefano Manzocchi, docente di economia internazionale e prorettore per la ricerca alla Luiss Guido Carli, in un’intervista a La Repubblica ha parlato di “economia delle scorte più che di un’economia di guerra”.
L’Italia stessa, nella gestione dell’energia, ha accelerato il processo di affrancamento del gas proveniente da Mosca. Ma è un cambiamento che richiede tempo.
La prospettiva di un razionamento energetico, quindi, non è certo esclusa. Le stesse misure potrebbero riguardare anche altri beni.
Ieri Putin, in occasione delle celebrazioni del 9 maggio, ha pronunciato un discorso con un messaggio “distensivo” smorzando i toni su una possibile estensione della guerra ad altri territori e l’utilizzo di armi nucleari.”
La strada della risalita, a mio avviso, sembra prossima.
Non saranno mesi facili, ne sono consapevole, ma come diceva qualcuno “Non può piovere per sempre”.
